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Renzi: “Il governo andrà in pezzi prima delle Europee”

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Per il momento ha lasciato i riflettori agli aspiranti leader del Pd, ma Matteo Renzi è “dentro” la vicenda politica, è stato a Bruxelles da JeanClaude Juncker, è in contatto con Emmanuel Macron, è stato in Cina, all’Università di Stanford terrà un corso sulla politica europea, tiene un canale diretto con tutti i leader italiani e da persona informata sui fatti, fa una previsione da non sottovalutare: «Se mi si chiede quale potrebbe essere la novità del 2019 dico che prima del previsto, nei primi mesi del 2019 e prima delle elezioni Europee, potrebbe maturare la rottura nel governo. I passaggi sono diventati stretti.

Sulla Tav Salvini non può perdere la faccia e non può perderla neppure Di Maio, dopo aver “ingoiato” Tap, terzo valico, Ilva. Si è capito che non possono fare il reddito di cittadinanza come lo avevano immaginato i Cinque stelle.

Il “presentismo” paga nell’immediato, alla lunga stanca. La crescita purtroppo sarà più bassa del previsto. Quelle sul tagliando e sul rimpasto non mi sembrano voci dal sen fuggite. Ma non si andrà ad elezioni anticipate, i peones non mollano la poltrona…».

La manovra appena approvata concentra risorse ingenti su operai del Nord vicini alla pensione, e disoccupati del Sud: una concentrazione che mette a rischio il resto?
«Bisogna dire che c’era grande curiosità anche fuori Italia per la legge di bilancio che avrebbe fatto il governo populista. Avrebbero potuto fare in Europa una battaglia sul deficit per liberare risorse e per abbassare le tasse. Sinceramente in tanti saremmo stati “costretti” a seguire con attenzione questo tentativo. È stata un’occasione persa, una vicenda imbarazzante nel metodo e nel merito. Sono aumentate le tasse. Per mandare in pensione qualcuno, si tagliano e si congelano le pensioni a molte più persone. Per dare un sussidio ai disoccupati del Sud, hanno rinunciato alle assunzioni nella Pa, che nel Mezzogiorno avrebbero potuto svolgere un ruolo più efficace. Il mio timore è che stiamo andando incontro al temporale, ad un peggioramento dell’economia, senza ombrello. Naturalmente spero di sbagliarmi».

I populisti mantengono un persistente consenso: perché cercano di colmare le nuove diseguaglianze, o perché cercano di sedare tutte le paure di modernità, di società aperta? Sono modernamente reazionari o diversamente statalisti?
«Sono tradizionalmente statalisti. Aumentando le tasse al volontariato, hanno dimostrato di non conoscere il concetto di sussidiarietà. Quanto alla paura, funziona sì ma soltanto in campagna elettorale. Ma ora che devono decidere, vanno in crisi. La flat tax, che per me è ingiusta, non c’è. E quel poco che hanno fatto, prosegue una nostra misura».

Il reddito di cittadinanza è un guscio vuoto: come reagirà chi guadagnalo stesso reddito, lavorando dalla mattina alla sera? In un contesto recessivo, come reagirà il Nord?
«Fino a ieri lo diceva soltanto il leghista Siri, ora lo dice anche Buffagni dei Cinque stelle: quel provvedimento potrebbe essere trasformato, da assegno alle persone in difficoltà ad incentivo alle imprese per assumere. In quel caso faranno il capolavoro di chiamare reddito di cittadinanza, la seconda parte del Jobs act! Dovevano dare soldi ai disoccupati e invece li daranno agli imprenditori per assumere. Esattamente come abbiamo fatto noi nel 2014. E saranno costretti a rimangiarsi il progetto iniziale perché non possono provocare chi si spezza la schiena per portare a casa 800-1000 euro. Finendo comunque col dare denaro a chi non lavora o a chi fa lavoro nero».

Questo non è scontato…
«La cosa più impressionante in questi primi 8 mesi di governo è lo sdoganamento concettuale del lavoro in nero e più in generale dei furbetti. Non soltanto nelle vicende imprenditoriali del vicepremier e in quelle private del presidente della Camera, ma nella legge di bilancio ci sono tanti messaggi al mondo che è abituato ad arrangiarsi: il reddito, i due condoni. Sembrava che la loro constituency fosse quella della onestà. Il messaggio è un altro: vivere onestamente è inutile».

Nessuno dei 951 parlamentari ha potuto cambiare una virgola della legge fondamentale dello Stato: procedura senza precedenti e anche germi di autoritarismo?
«Noi volevamo superare il bicameralismo perfetto, questi hanno direttamente azzerato il Parlamento. È una clamorosa e vergognosa novità: mai si era approvata una legge senza conoscerne il contenuto. Ma io non parlo di autoritarismo. So che viviamo in un regime democratico, dotato di contrappesi e so che dobbiamo ridare un senso a certe parole. Mi aspetterei lo stesso stile, ma invano, da chi in queste ore, ha parlato di “terrorismo”. E me lo aspetterei anche da un ministro che nei prossimi giorni convocherà al Viminale i suoi colleghi ultrà, visto che lui stesso intonava cori razzisti contro i napoletani…».

Uno strappo istituzionale consumato nella distrazione di una certa intellighenzia…
«Mi chiedo dove siano quei costituzionalisti che scesero in piazza per difendere i diritti del Cnel. Sono silenti. O forse sono in settimana bianca… E non parliamo dei presidenti delle Camere: hanno avallato comportamenti meschini».

Se il governo cadesse, finirebbe la legislatura?
«Siamo alla crisi, non del settimo anno ma del settimo mese. L’eventuale dopo Conte? Tutto è possibile: dal governo tecnico ai ribaltoni. Sono capaci di votare di tutto pur di non andare ad elezioni»

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